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IBM e Google spingono per il cloud computing

Due colossi come IBM e Google si sono alleati per promuvere e finanziare la ricerca sul miglioramento del "cloud computing", e aumentare la conoscenza del cosiddetto "highly parallel computing" all'interno della formazione universitaria degli studenti di informatica. Hanno versato infatti alle più prestigiose istituzioni accademiche statunitensi circa 30 milioni di dollari per due anni.

Samuel John Palmisano, amministratore delegato di IBM, ha confermato che l'idea di questo progetto è il frutto dell'ultimo incontro con Eric Emerson Schmidt, presidente e amministratore delegato di Google. La medesima "vision" sul futuro del cloud computing - che di fatto è alla base dei servizi di ricerca di Google e di molte realtà web 2.0 - ha convinto i due dirigenti all'impegno sinergico. Da una parte IBM vanta grande esperienza nella gestione di data center e nella sicurezza; dall'altra Google è specializzata nel web computing e nella gestione dei cluster di grandi dimensioni.

Il cloud computing rappresenta di fatto la nuova frontiera del processing remoto, realizzato in parallelo tramite data center di grandi dimensioni. Come dice il nome, "nuvole" di server interconnesse massimizzano la potenza di elaborazione: sia Google sia altre società web fanno ampio uso di questa tecnica per fornire servizi online avanzati. Un ambiente cloud non solo è in grado di supportare più software e grandi quantità di utenti in contemporanea, ma consente anche la condivisione delle risorse. "Tutte queste sono applicazioni - ha spiegato Christophe Bisciglia, ingegnere senior di Google - che non possono essere utilizzate sfruttando un solo server. Bisogna fare leva sulla potenza computazionale di numerosissime macchine".

L'accordo è stato stipulato tra IBM, Google e sei università americane: University of Washington, Carnegie Mellon University, Massachusetts Institute of Technology, Stanford University, University of California (Berkeley) e University of Maryland. Le due multinazionali metteranno a disposizione 400 computer in remoto, con un programma pilota che vedrà nella sua fase finale un numero di macchine prossimo alle 4000 unità. Ma al di là delle cifre, le università sono interessate perché questo progetto le introduce al futuro: "È un grande contributo perché consente un tipo di ricerca e formazione che non possiamo ancora permetterci oggi", ha concluso Edward Lazowska, docente di Informatica della University of Washington.

 

 

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